martedì 17 aprile 2007

01 Riflessioni di un figlio prodigo sulla parabola del Padre misericordioso


Il Vangelo di Domenica 21 marzo 2003 mi ha ricordato all’ improvviso un’osservazione, apparentemente insignificante, che mi fece un mio caro amico quando eravamo a conversare con il nostro comune “padre spirituale” che, con bonario ma non celato sorriso, ammiccava sardonicamente confermando la velata critica fatta nei miei confronti a proposito della mia tardiva, ma diacronica ri-conversione. (Ricercano la Chiesa i malati, i moribondi e gli anziani in genere)

Questo mi ha spinto ad una riflessione, con il senno del poi, che nel contesto iniziale non avrebbe avuto sufficiente significato, perché la parabola “dei due figli” ha fatto emergere dalla profondità del mio animo un’incontenibile inquietudine che soltanto il tentativo di un’ indagine profonda e introspettiva potrà dissolvere.

Certo, una delle più belle parabole di Gesù non può che essere utile in ogni tempo e luogo e non può che rinnovarsi costantemente nei variegati contenuti, la cui oggettivabile fruibilità determina nuovi stimoli e insospettabili insegnamenti (Oscar Wilde aforizzava che un libro che non viene riletto non vale assolutamente la pena di essere lettol). Pensiamo quindi al valore intrinseco e progressivo dei Vangeli e, quindi, delle parabole che sono soggette ad essere lette e rilette, interpretate secondo nuovi stati d’animo, secondo le variazioni dei noemi culturali e le mutate angolazioni di riferimento della critica personale.

Quindi, in termini di utilità, le parabole sono una manna dal cielo: basta saperle capire e, ciò che più conta, saperle applicare. Quanti insegnamenti vecchi e nuovi! Quante umane verità emergono dallo slittamento della catena significante dei Vangeli. (Chi ha orecchi da intendere … intenda, altrimenti si nasconda pure nell’ incredulità).

Beato chi non crede di credere (il cristiano anonimo di Rahner), ma anche e soprattutto chi crede di non credere, ma cerca di credere perché la sofferenza provocata dall’incessante ricerca interiore diviene catartica per l’anima: “tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato” (S.Agostino). Avere individuato quella stradella, sempre più erta e stretta, della vita parallela ed aver fatto con coraggio quel balzello a piè pari, che soltanto i bambini sanno fare nella loro ingenuità, è stato il coronamento di una faticosa ricerca e la dimostrazione che il superamento delle difficoltà, se accompagnato dalla speranza, è soltanto una questione di tempo: basta che ci sia lassù Qualcuno che ci ama! “Partì e si incamminò verso suo padre. …Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò (Luca 15,20-20b).

Eccoci al dunque: il dinamismo della conversione e della penitenza che soltanto un artista come Rembrandt ha saputo cogliere ed immortalare in una tela fosca e tenebrosa, ma densa di significati eterni: Felice chi osa correre verso il Signore prosternandosi e dicendo “perdonami che ho tanto peccato”. Sembra che Dio sia instancabilmente preoccupato per chi è lontano, peccatore o non credente. “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Luca 15,7). “C’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” (Luca 15,10). “Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia” (Salmo 145,8)

Insomma, questa parabola mostra l’infinita passione di Dio per l’uomo e, quindi e soprattutto, l’ha dimostrata anche per me!

Un’aspettativa di 30 anni! Ci sono stati lavoratori che hanno chiesto l’aspettativa di un anno dal lavoro per poter ponderare la decisione di entrare in convento e prendere il “voto”. Io invece ho consumato 30 anni di vita per fare il vuoto nella mia anima, riuscendo a svuotare del tutto quella memoria difensiva, ma residua del mio retaggio cristiano, che poteva in qualche modo ricondurmi alla via-verità-vita.

Mi sono occorsi 30 anni per capire che Dio mi ha sempre aspettato, pronto ad accogliermi con gioia: apostata e peccatore che neppure nella miseria del peccato, nella solitudine e nella sofferenza della ricerca, mi sono mai sentito solo come negativamente esprime il Qohelet 4,10 “guai a chi è solo.” Perché l’invito continuo a cercarLo, sussurrato nel profondo del mio cuore, mi ha incessantemente infuso quella progressiva e lentissima consapevolezza di credente che mi ha prospettato “ad libitum”, in un chiarore così soffuso da non vincere le tenebre, ma al di là di ogni speranza, il cammino della conversione e della salvezza.

Sarebbe stato meglio se fossi stato un eretico. Invece no: apostata e insoddisfatto nei bisogni dell’anima, sempre alla ricerca di stimoli materiali e distruttivi e raramente consapevole che solo l’approfondimento del senso della vita mi avrebbe evitato il precipizio nel vuoto esistenziale.

Felice quell’anno, non mi ricordo quale, in cui l’eco del dolore umano mi ha fatto sbarrare lo sguardo sul vuoto totale, nel più grande smarrimento, ma anche poi, dopo una “durata” di eternità, sulla pienezza del tempo. Quell’anno felice in cui ho pianto sul Santo Sepolcro.

Nella riflessione postuma e costante degli anni, fortunatamente pieni di domande (Chiunque può dare risposte; ma per fare domande ci vuole un genio” - O. Wilde), ho potuto finalmente comprendere S.Paolo :"In nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (2Corinti 5,20). «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Marco 1,15).

Cambiando finalmente strada, con quell’innocente balzello, ho cambiato vita e mentalità: abbandono e insieme tensione; abbandono fiducioso nel Signore e tensione attiva nella ricerca di nuove e rivitalitanti decisioni.

Davanti a Dio che non ha mai smesso di muoversi incontro a me, non potevo che esclamare, con S. Paolo, Abba, Pater!, Padre, Padre mio. Come il padre della parabola, con le braccia aperte, benché non lo meritassi, il Signore mi ha aspettato, incurante del mio debito: ha atteso che aprissi il mio cuore, che sentissi la nostalgia del focolare paterno, che accettassi la “gratia” che sola mi avrebbe fatto sentire veramente figlio di Dio, che accogliessi quell’Amore capace di attendere, in un silenzio carico di speranza, nel rispetto pieno della mia libertà di figlio che non è venuta mai meno al Suo amore. Conclusiva e risolutiva è stata, quindi, la grazia divina che attira sempre a sé, la passione del Signore per la sua creatura nella divina consapevolezza che può anche perdere la strada. Nessuna violenza, nessuna imposizione: soltanto attesa.

E’ così anche per noi, specialmente nel tempo dell’Avvento. Il Signore viene, andiamogli incontro. Vieni Signore. Io Ti accolgo: questa è la mia risposta alla Tua “gratia” Questo è il tempo che io dedico a Te: tempo di attesa, di speranza, di ascolto. Questa è la mia accoglienza, perché ho imparato, nella lontananza, ad apprezzare ogni Tuo piccolo segnale. Ovunque vedo Te! Mania di persecuzione? (Dio ti vede!). Oppure accettazione della persecuzione nelle sue minime manifestazioni, familiari, ristrettamente sociali, quasi banali, leggermente sopportabili, ma che a lungo andare ti fanno sentire male, ti fanno sentire diverso: diverso? Certamente, il cristiano deve essere un diverso!

Il momento catartico è avvenuto però soltanto dopo molti altri anni, quando mi sono purificato nel sacramento della penitenza, quando dire “sì” al Signore mi è costato il sacrificio più pesante e insostenibile della mia vita. Ma la consapevolezza derivata dall’ incrollabile speranza che il mio primo “atto di dolore” avrebbe permesso l’ “incontro” con “Colui che è e che viene”, il perdono, il ritorno alla Casa del Padre, mi ha permesso di riconsiderarmi finalmente come nuovo membro della famiglia di Dio. “Bisogna far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Luca 15,23-24).Il figlio prodigo è uscito dalla porta, ma è rientrato anche dalla porta!

La strada del ritorno, la scelta di un significato chiaro e di un senso univoco della mia vita, mi hanno portato a comprendere finalmente che il rinnovo dei miei seri proponimenti non potrà mai indurre il Signore a ricominciare ad amarmi, perché non ha mai smesso, ma dovrà almeno potermi far esperire l’amore di Dio; lo spero con tutto il cuore.

02 Riflessioni di un figlio prodigo sulla figura del “figlio devoto” nella parabola del Padre misericordioso

Ora veniamo al mio interlocutore, al “figlio devoto”, al mio caro amico e fratello! Fratello nel nome del Signore e amico perché scelto!

E’ tutta la vita che combatto, a livello personale e in maniera donchisciottesca, i falsi atteggiamenti, l’ostentazione di ciò che non si è, ossia lo snobismo, i censori, gli inquisitori e le miriadi di “tutte le genti” perbeniste che predicano bene pur razzolando male.

Ed ora mi ritrovo, dopo un benevolo rimbrotto da parte del mio caro amico, tra l’incudine ed il martello, tra il figlio “prodigo” ed il figlio “devoto”, ad optare per una scelta di identità ideale, nella ricerca spasmodica di quella autentica personalità che ho sempre sostenuto di essermi auto-meritato e che invece rischia ora di slittare vischiosamente sotto il peso di una esogena ed indotta ri-valutazione.

Quante volte ho deriso, dentro di me, quei coatti convertiti che hanno provato i “morsi” del dolore e della morte e che ora, dopo una vita dissennata, si sono appisolati nell’appiattito Tabor attendandovisi, contro ogni ragionevole aspettativa: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia. Egli non sapeva quel che diceva”.(Luca 9,33).

Io, invece, figlio prodigo, nella piena consapevolezza di essermi rifugiato nella più esasperata mondanità, confesso tutti i miei peccati di apostasia, eresia, abiura, mancanza di carità, esasperazione della concupiscenza, autolesionismo, gravità nella maldicenza, profanazione del mio corpo quale Tempio dello Spirito, bestemmia, ignominia, ladrocinio, odio e … tutti i peccati capitali, escluso invidia e infedeltà matrimoniale.

Io figlio prodigo, infedele, irriconoscente, indegno, dissoluto “uomo di tutti i tempi”, succube del “principe del mondo”, sordo alla Parola ho però, finalmente ed incondizionatamente, indirizzato il pensiero a Colui che ascolta e che “solo” può distogliere lo sguardo dalla mia iniquità : “Miserere mei Deus secundum misericordiam tuam; iuxta multitudinem miserationum tuarum dele iniquitates meas. Multum lava me ab iniquitate mea et a peccato meo munda me. Quoniam iniquitates meas ego novi et peccatum meum contra me est semper. Tibi soli peccavi.” (Salmo 50,3-6)

In questo “lavabo” concessomi dal Signore ho ritrovato la mia umanità e la mia dignità filiale: “Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso. Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno. La mia lingua esalterà la tua giustizia. Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode (Salmo 50,14-17).

Allo sguardo del Signore ed alla Sua misericordia non ho mai cessato di essere figlio: l’ Agàpe si irradia sopra ogni miseria umana, ogni peccato, ogni miseria morale. L’Agàpe “è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine” (1Corinti 13,4-8).

Nella riconciliazione ho ritrovato la mia verginità, non mi sono sentito umiliato, ma “rivalutato”, perché anch’io sono disceso negli inferi e sono riuscito, per grazia ricevuta, a risalire per riveder le stelle:salimmo sù, el primo e io, secondo tanto ch' i' vidi de le cose belle che porta ' l ciel, per un pertugio tondo a riveder le stelle (Inferno 1.34.136-138).

Nella ri-conversione ho sperimentato il potere misericordioso dell’Opera dell’Amore che nella sua profonda realtà riesce a sublimare nel bene perfino il male. “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” ( Salmo 50,19).

Avevo peccato di troppa libertà: quella stessa che il Signore mi ha donato per valorizzare i risultati delle mie prove e che, esasperata, mi ha portato ad allontanarmi dal Padre. Quello stesso Padre che sicuramente il figlio “devoto” considera come “Padre padrone”: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando” (Luca 15,29).

E’ questo il tipico atteggiamento del perfetto osservante, ma che spesso indica la superficialità relazionale e non l’affetto. “Non è per nulla differente da uno schiavo, pure essendo padrone di tutto Così anche noi quando eravamo fanciulli, eravamo come schiavi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! (Galati 4,1-6).

Il cristiano adagiato e perbenista può essere incapace di far sorgere dalle ceneri di una religione appiattita e, forse, ormai incolore una fede attiva, un’operante militanza ed una tensione emotiva travolgente che riconduca continuamente a Dio. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Luca 18,11-14)

Nel malumore del fratello maggiore si riconosce facilmente il fariseo irritato per l’accoglienza che Gesù riserva ai peccatori; rivendicazione giusta, corretta, ma non con amore profondo perché la fedeltà merita ricompensa ma non deve esigere nulla, neppure una nota esplicativa, perché non basta per un credente chiudersi nella sua sufficienza religiosa. (Don Ravasi). «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio. (Luca 16,15).

Tutto ciò significa che ogni cristiano deve tendere alla “santità”, deve convertirsi continuamente, non adagiarsi nella consueta “liturgia degli anni”,deve saper superare l’indifferenza “non ragioniam di lor, ma guarda e passa” (Inferno 1.03.051), deve astenersi dal pregiudizio e dal giudizio gratuito e superficiale, ma, soprattutto, avere considerazione e carità per ogni fratello: saper ascoltare ed infine saper individuare nel volto dell’altro il riflesso dell’Alt®o.