Ora veniamo al mio interlocutore, al “figlio devoto”, al mio caro amico e fratello! Fratello nel nome del Signore e amico perché scelto!
E’ tutta la vita che combatto, a livello personale e in maniera donchisciottesca, i falsi atteggiamenti, l’ostentazione di ciò che non si è, ossia lo snobismo, i censori, gli inquisitori e le miriadi di “tutte le genti” perbeniste che predicano bene pur razzolando male.
Ed ora mi ritrovo, dopo un benevolo rimbrotto da parte del mio caro amico, tra l’incudine ed il martello, tra il figlio “prodigo” ed il figlio “devoto”, ad optare per una scelta di identità ideale, nella ricerca spasmodica di quella autentica personalità che ho sempre sostenuto di essermi auto-meritato e che invece rischia ora di slittare vischiosamente sotto il peso di una esogena ed indotta ri-valutazione.
Quante volte ho deriso, dentro di me, quei coatti convertiti che hanno provato i “morsi” del dolore e della morte e che ora, dopo una vita dissennata, si sono appisolati nell’appiattito Tabor attendandovisi, contro ogni ragionevole aspettativa: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia. Egli non sapeva quel che diceva”.(Luca 9,33).
Io, invece, figlio prodigo, nella piena consapevolezza di essermi rifugiato nella più esasperata mondanità, confesso tutti i miei peccati di apostasia, eresia, abiura, mancanza di carità, esasperazione della concupiscenza, autolesionismo, gravità nella maldicenza, profanazione del mio corpo quale Tempio dello Spirito, bestemmia, ignominia, ladrocinio, odio e … tutti i peccati capitali, escluso invidia e infedeltà matrimoniale.
Io figlio prodigo, infedele, irriconoscente, indegno, dissoluto “uomo di tutti i tempi”, succube del “principe del mondo”, sordo alla Parola ho però, finalmente ed incondizionatamente, indirizzato il pensiero a Colui che ascolta e che “solo” può distogliere lo sguardo dalla mia iniquità : “Miserere mei Deus secundum misericordiam tuam; iuxta multitudinem miserationum tuarum dele iniquitates meas. Multum lava me ab iniquitate mea et a peccato meo munda me. Quoniam iniquitates meas ego novi et peccatum meum contra me est semper. Tibi soli peccavi.” (Salmo 50,3-6)
In questo “lavabo” concessomi dal Signore ho ritrovato la mia umanità e la mia dignità filiale: “Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso. Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno. La mia lingua esalterà la tua giustizia. Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode” (Salmo 50,14-17).
Allo sguardo del Signore ed alla Sua misericordia non ho mai cessato di essere figlio: l’ Agàpe si irradia sopra ogni miseria umana, ogni peccato, ogni miseria morale. L’Agàpe “è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine” (1Corinti 13,4-8).
Nella riconciliazione ho ritrovato la mia verginità, non mi sono sentito umiliato, ma “rivalutato”, perché anch’io sono disceso negli inferi e sono riuscito, per grazia ricevuta, a risalire per riveder le stelle: “salimmo sù, el primo e io, secondo tanto ch' i' vidi de le cose belle che porta ' l ciel, per un pertugio tondo a riveder le stelle (Inferno 1.34.136-138).
Nella ri-conversione ho sperimentato il potere misericordioso dell’Opera dell’Amore che nella sua profonda realtà riesce a sublimare nel bene perfino il male. “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” ( Salmo 50,19).
Avevo peccato di troppa libertà: quella stessa che il Signore mi ha donato per valorizzare i risultati delle mie prove e che, esasperata, mi ha portato ad allontanarmi dal Padre. Quello stesso Padre che sicuramente il figlio “devoto” considera come “Padre padrone”: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando” (Luca 15,29).
E’ questo il tipico atteggiamento del perfetto osservante, ma che spesso indica la superficialità relazionale e non l’affetto. “Non è per nulla differente da uno schiavo, pure essendo padrone di tutto Così anche noi quando eravamo fanciulli, eravamo come schiavi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! (Galati 4,1-6).
Il cristiano adagiato e perbenista può essere incapace di far sorgere dalle ceneri di una religione appiattita e, forse, ormai incolore una fede attiva, un’operante militanza ed una tensione emotiva travolgente che riconduca continuamente a Dio. “Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Luca 18,11-14)
Nel malumore del fratello maggiore si riconosce facilmente il fariseo irritato per l’accoglienza che Gesù riserva ai peccatori; rivendicazione giusta, corretta, ma non con amore profondo perché la fedeltà merita ricompensa ma non deve esigere nulla, neppure una nota esplicativa, perché non basta per un credente chiudersi nella sua sufficienza religiosa. (Don Ravasi). «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio. (Luca 16,15).
Tutto ciò significa che ogni cristiano deve tendere alla “santità”, deve convertirsi continuamente, non adagiarsi nella consueta “liturgia degli anni”,deve saper superare l’indifferenza “non ragioniam di lor, ma guarda e passa” (Inferno 1.03.051), deve astenersi dal pregiudizio e dal giudizio gratuito e superficiale, ma, soprattutto, avere considerazione e carità per ogni fratello: saper ascoltare ed infine saper individuare nel volto dell’altro il riflesso dell’Alt®o.
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